Una canzone per te, per tutti

Sai tesoro, c’è il Festival di Sanremo. Non è che sia una notizia. Te lo perdi quest’anno e te lo sei persa l’anno scorso. E potrei giurare che tu non l’abbia mai visto. Ma c’è una canzone, quest’anno, di Fiorella Mannoia, che se tu l’avessi sentita, ecco, quel testo l’avresti voluto far ascoltare a tutte le persone che ti sono care. Lo facevi con “La cura” di Battiato. Credo che questo testo l’avresti letto ad alta voce a tutti. Forse l’avresti anche stampato e appeso allo specchio del tuo bagno. Ecco, lo condivido io. Anche per te. Ti voglio bene.

Tua Saida

Ho sbagliato tante volte nella vita
Chissà quante volte ancora sbaglierò
In questa piccola parentesi infinita quante volte ho chiesto scusa e quante no.
È una corsa che decide la sua meta quanti ricordi che si lasciano per strada
Quante volte ho rovesciato la clessidra
Questo tempo non è sabbia ma è la vita che passa che passa.
Che sia benedetta
Per quanto assurda e complessa ci sembri la vita è perfetta
Per quanto sembri incoerente e testarda se cadi ti aspetta
Siamo noi che dovremmo imparare a tenercela stretta
Tenersela stretta
Siamo eterno siamo passi siamo storie
Siamo figli della nostra verità
E se è vero che c’è un Dio e non ci abbandona
Che sia fatta adesso la sua volontà
In questo traffico di sguardi senza meta
In quei sorrisi spenti per la strada
Quante volte condanniamo questa vita
Illudendoci d’averla già capita
Non basta non basta
Che sia benedetta
Per quanto assurda e complessa ci sembri la vita è perfetta
Per quanto sembri incoerente e testarda se cadi ti aspetta
Siamo noi che dovremmo imparare a tenercela stretta a tenersela stretta
A chi trova se stesso nel proprio coraggio
A chi nasce ogni giorno e comincia il suo viaggio
A chi lotta da sempre e sopporta il dolore
Qui nessuno è diverso nessuno è migliore.
A chi ha perso tutto e riparte da zero perché niente finisce quando vivi davvero
A chi resta da solo abbracciato al silenzio
A chi dona l’amore che ha dentro
Che sia benedetta
Per quanto assurda e complessa ci sembri la vita è perfetta
Per quanto sembri incoerente e testarda se cadi ti aspetta
E siamo noi che dovremmo imparare a tenercela stretta
A tenersela stretta
Che sia benedetta

Un anno senza te

Finalmente anche io trovo le parole per incontrarti. Oggi. Parole che mi vengono spesso, ma oggi no, oggi non venivano. Eccomi qui, di nuovo, a parlare con te, che tra poche ore, un anno fa, te ne andavi altrove. Che tra poche ore, un anno fa, ci mettevi davanti alla vita. Che con la tua morte, ci hai costretti tutti davanti a uno specchio. Tante cose sono cambiate in un anno, soprattutto è cambiato il modo in cui guardo a te, il modo in cui ti vedo, in cui ripercorro la nostra vita a due, le nostre dinamiche, i nostri errori e le nostre forze. E’ cambiato il modo in cui ti parlo. E anche le risposte che mi dai sono cambiate.

A volte la distanza serve a conoscersi meglio, sai?

Sei cambiata tanto in questo anno, sai amica? Finalmente sono riuscita a conoscerti meglio, a vedere quello che non volevi mostrare, a capire le tue sofferenze, le tue paure, le tue fragilità, le tue durezze.

Ho capito dove hai bluffato e, soprattutto, ho capito cosa ti è mancato. E quanto ti è mancato, gioia mia.

E’ tutto molto strano per me: finché eri qua in carne e ossa, con la tua sicurezza, la tua dolcezza, la tua fermezza, il tuo altruismo, non ti vedevo. Io non ti vedevo. Io non ti ho vista. IO NON TI HO VISTA. TI VEDO SOLO ORA. E ti voglio ancora più bene. Ma sono anche un po’ incazzata. Forse. Forse solo dispiaciuta senza fine.

  • Ma cosa stai dicendo, tatina? Non è vero che non mi vedevi, che non mi hai visto! Anzi, ci sei sempre stata…
  • Non è vero.
  • Ma come non è vero? Ma che cazzo dici?!
  • Non è vero, ma non è colpa mia. Ci ho messo un anno a capirlo, che non è colpa mia, intendo.
  • Ah. Capisco… Ora devo volare nel vento e tu devi cucinare la cena…
  • No, tu non voli da nessuna parte e mi ascolti. Oggi mi ascolti e non scappi. L’ultima volta che sei scappata hai combinato un gran casino sai? Siamo ancora tutti ammaccati, tristi, sconvolti, impauriti. Sta volta mi ascolti e basta.
  • …Cioè?…
  • Sei stata tu a nasconderti, a girare la frittata, a farti vedere molto più forte di quello che eri, a glissare quando un argomento non ti andava a genio. Alzavi quel cazzo di sopracciglio e cambiavi argomento. Mettevi un muro. Invalicabile. Ti facevi vedere forte e, a volte, ti facevi vedere vittima. Più vittima di quanto non fossi. E mi hai abbindolato sai? A volte ho creduto che tu avessi tutte le ragioni del mondo. Ma non è così.
  • Ti sto ascoltando. Ma vittima io mai.
  • Non alzare il sopracciglio, cazzo.
  • Mihiiii… Che peso eh!
  • Ascoltami, questa volta e poi basta ma ascoltami. Ci ho messo un anno a capire. Ho capito che è vero che tu sei la persona speciale, unica, bellissima della mia vita e della vita di molti altri. Ma mi hai, ci hai, preso in giro: potevi farti aiutare di più, potevi chiedere più aiuto, potevi piangere di più, potevi mollare la corazza e farti abbracciare. E invece hai sempre dato, abbracciato, sorretto tu, passando per quella che non aveva bisogno. Hai stretto la mascella. E combattuto guerre che potevi non combattere con tutta quella durezza. Se te lo si diceva, ti irritavi e chiudevi la porta. Andavi avanti a testa bassa. Come un toro incazzato. E io vedevo una donna fortissima, per me eri una roccia, la mia roccia, il mio riferimento. Ma l’hai pagata tu, sulla tua pelle. Hai pagato la tua fragilità travestendoti da leone. Hai rinunciato ad abbracci mostrando gli artigli. E io non ho potuto fare nulla per starti accanto. Starti accanto DAVVERO.

Un gattino bagnato che fa il leone, una donna ferita che si trasforma in un supereroe che salva il mondo. Che non ha bisogno di niente. E lo hai fatto anche bene. Ci hai donato tutto il bello di questo mondo. Tutto il bello e il vero dell’amicizia, del supporto. Ci hai sostenuto, contenuto, consigliato. Ci hai spronato. Ci hai dato la forza e il coraggio. Ci hai insegnato a non avere paura della vita. Ma tu? Tu non ti sei mai lasciata conoscere fino in fondo. Raramente hai mostrato la tua pelle scoperta. E invece avremmo tutti potuto curare le tue ferite. E invece. Invece no.

  • Ora ti vedo anche fragile, confusa, spaventata, furba nel tuo nasconderti dietro a una forza magnifica che però ti è costata troppo. Cazzo.
  • Mi dispiace.
  • Anche a me. Mi hai mollato qui e te ne sei andata via per sempre. Mi tocca scriverti per parlare un po’ con te. Ti rendi conto?! Mi tocca parlarti col pensiero ogni minuto, e tutte le cose che ho capito, tutto quel cazzo che potrei fare ora per starti accanto, non posso più farlo. Sei una STRONZA. Solo senza te accanto sono riuscita a vederti. Mi manchi, cazzo. Mi manchi! Ma non perché ho bisogno di te, mi manchi perché non posso più aiutarti. Mi manchi perché non posso più litigare con te. e poi fare pace. Ho capito tante cose in questo anno pazzesco. Tra queste anche che sono più forte io. PIU’ FORTE DI TE. Hai capito che cosa surreale? Io più forte di te! Fa ridere, fa riderissimo: io, quella che al primo starnuto tu correvi, quella che tu menavi e piegavi a terra con una chiave articolare, quella che le lacrime sono gratis e piange sempre. Io sono più forte di te. Una risata galattica. Ma che me ne faccio di questa forza se non posso più aiutarti, se non posso più dirti che a volte hai sbagliato, che non sempre le cose stanno come le vedi tu?!
  • Io l’ho sempre saputo. Tu sei sempre stata più forte di me. 
  • Io invece non l’ho mai pensato nemmeno per un attimo. Ho sempre creduto che la più forte fossi tu. Tu il mio sostegno, tu la mia guida. E lo sei stata eccome, senza te non ce l’avrei fatta! SENZA TE NON SAREI QUELLO CHE SONO. Ma non ti ho aiutato come avrei dovuto, anche prendendoti a sberloni IO, ogni tanto. Non, sempre, il contrario. Eri la mia guida… Cazzo eri il mio faro. Ma non vedevo te. ERI IL MIO FARO MA IO NON VEDEVO TE.
  • Tesorino, Saida, tesoro mio…
  • Stronza.
  • Pure tu però a parlarmi così, davanti a tutti. Mo’ basta eh. Calmati, ragiona: va tutto bene. Io qui dove sono sto bene. Sono in pace. I miei bimbi hanno un papà bravissimo. E io li vedo crescere sereni e circondati da amore. L’amore si è moltiplicato. Mi manca solo toccarli la sera, ma li sfioro con il vento. Il resto non importa. Sono serena. Finalmente.
  • E’ questo finalmente che un po’ mi fa girare il culo. Potevi esserlo prima. Ma potevi esserlo prima?
  • Ecco, appunto. Potevo esserlo prima? Chissà…
  • Già, chissà… Senti, tra poco è l’ora. Tra poco un anno fa te ne sei andata. Ma sta cosa volevo dirtela. Scusami se mi sono sfogata.
  • Hai fatto bene. Ti voglio bene.
  • Anche io ti voglio bene Ga, ora ancora più di prima. E niente… Ti scriverò.
  • Cosa prepari per cena?
  • Avocado e uova all’occhio di bue, non ho altro in casa.
  • Sai una cosa? Qua finalmente mangio benissimo e non devo nemmeno cucinare! Mangio nuvole, sorrisi, voci, sole, vento, abbracci, fiori, mare, onde, pioggia, prati, rugiada, giochi, risate, corse, sguardi… sono così serena…
  • Ti voglio un bene che crescerà ogni giorno, Gabriela. Non smetterò mai di parlare con te. Anche quando mi farai incazzare.
  • Lo so, abbi cura di te.

E così, tra qualche ora, te ne andrai. Di nuovo. Ci aspetta un nuovo anno insieme. Chissà come sarà. Sei nel mio cuore. Questa volta so che sarà per sempre. E sempre più intenso. Buon vento, gioia mia. Oggi va così.

Tua Saida

Il Natale che avrò mi basterà

Potrebbe essere un Natale triste, anzi pessimo. Ma non lo sarà. Potrebbe essere un Natale fatto di ricordi di affetti perduti, ma non lo sarà. Potrebbe essere un Natale che per me, come per molti nel mondo, immagino, significhi ripercorrere con la memoria chi non c’è più attorno ai fornelli e alla tavola imbandita , assente perché adesso sta come te tra le rose o per le scelte della vita.

I giorni appena trascorsi hanno voluto mettere alla prova la mia gioia e il mio ottimismo. E così ecco immagini che si rincorrono mentre accendo il camino o faccio la spesa.

C’è quello che non è più mio marito, che mi aiuta ad apparecchiare una tavola per quattro, sforzandosi con me di farla apparire sontuosa e allegra. C’è mia madre, elegantissima e insicura sulle sue gambe fragili di donna abituata ad andare in taxi, che seduta sulla poltrona migliore contempla i risultati degli addobbi, ansiosa di iniziare dalle tartine al caviale. C’è mia nonna, disorientata ma sempre allegra, che manda gridolini di felicità e si commuove. E c’è mio padre, sempre di fretta da una famiglia all’altra, che rispetta però le feste con tutti e ne moltiplica i giorni. E poi, lontano nei ricordi, c’è mio nonno, così serio e convinto, l’unico che a tavola prega, che gli altri sono atei o mezzi ebrei. E infine, sopra tutti, ci sei tu, tu di quando eravamo figlie di famiglie separate, tu con le tue donne, tua madre, tua sorella, tua nonna, attorno a un tavolo rotondo enorme, sedute con noi donne, mia madre, mia nonna ed io. Ed era il natale delle famiglie reinventate, femmine allegre che brindano, ridono, cantano, cucinano senza lasciarsi abbattere dalle strade della vita. Noi, io e te, le cucciole di famiglia, anche a 25 anni. Noi che intratteniamo le nonne e le madri, con tua sorella che osserva divertita. Noi, che non è Natale se non stiamo tutte insieme. Noi, arrabbiate, bocciate, contestatrici, ribelli, che la cosa più dolce del mondo è fare tutte famiglia insieme. Noi che ti penso da giorni e mi manchi più che mai, che ti sento parlare e ridere, che ti sento contestare regole e riti, che ti sento così dentro e così fuori da me. Noi che sono sono rimasta soltanto io. Noi che eravamo Natale insieme.

Questo Natale no.
Questo Natale, nulla. Di questo, nulla.
Uno alla volta, per diverse ragioni, siete spariti tutti.

Nessuno di tutti voi attorno alla mia tavola.

Eppure…

Ieri mi ha chiamato Persefone, che sa andare nel profondo con la leggerezza di un dipinto ad acquerello e riemergere con parole senza perdere il rigore del pennello. Mi ha chiamato con la sua voce rotonda e dolorosa, la sua voce bella e vagamente roca. E, molto seriamente, mi ha restituito il Natale.

Ci ostiniamo a vedere quello che ci manca – ha detto – e perdiamo di vista quello che abbiamo…

Allora ecco, io ho molto. Ho pochi amiche e amici veri, e questa è ricchezza, perché i diamanti purissimi sono pochi ma valgono un tesoro. Ho un amore in tutte le sue forme di dolcezza, allegria, devozione, accoglienza, rispetto, crescita, comprensione, complicità, confronto, scontro, leggerezza e profondità. Ho un padre e la sua inesauribile moglie, che riescono a trasformare in festa anche una colazione del mattino. E una sorella, che corre, corre, corre da sua madre, da nostro padre, a destra e a manca ma non si scorda mai di nessuno. Ho poi una vita in cui due persone che si sono molto amate hanno costruito una famiglia, non perfetta, non solida, ma piena di speranze autentiche ed errori umani. Ci abbiamo messo il peggio e il meglio di noi e se è fallita non vuol dire che non mi abbia dato e lasciato in dono l’esperienza più intensa della mia vita. E ho, prima di tutto, due bambine magnifiche, che mi insegnano ogni giorno la complessa leggerezza della vita, mi insegnano il calore e le risate, la pazienza e la comprensione, la compassione e il litigio, l’amore senza riserve.

Ecco, attorno alla mia tavola, stasera, nell’attesa del Natale, saremo noi tre, io e le mie figlie. Non dieci, non quattro: solo tre. E mi sto inventando un nuovo modo di fare famiglia, cucinando assieme, rilassandoci, ridendo, apparecchiando solo per noi una tavola bella e fatta con cura. E credo tutto questo sia un buon insegnamento per me, una ricchezza in più.

Domani poi sarà Natale, e ci stiamo inventando da giorni un Natale in quattro, nuovo, diverso, insieme. Con un papà, una mamma, due figlie entusiaste e aperte alle nuove forme della vita.

Dopodomani, non so gli altri, ma per me…sarà ancora Natale, con mio padre e tutta quella parte di famiglia che continua ad esserci, sempre. Prendendo le forme fantasiose che servono in ogni diverso momento. E prima ancora sarà pranzo con le amiche di una vita, e tutti i figli che abbiamo messo al mondo insieme, messi in scala d’altezza, da chi quasi ha la patente a chi da poco sa leggere. Sarà semplice, sarà caldo.

Ecco cosa ho, ho affetti in diverso equilibrio, ho amore in diversa forma, ho amicizia in luoghi lontani ma vicini al mio cuore. Chi sta a Milano, chi non sta più qui, chi sta lontano, chi sta tra le rose.

Non mi mancherai, dunque, perché sarai con me. E non penso che là dove sei proverai tristezza o mancanza, piuttosto saggia e illuminata completezza.
Buon Natale tesoro mio. E che sia un Natale di pace, una Natale di ringraziamento, una festa del cuore. Ma davvero.

Afrodite, Saida

L’argilla, il dolore e la metafora del gatto

Ciao. Scusa il cattivo gusto (non so da voi ma qui è la notte di Halloween…). Ciao amore mio. Ciao amica mia. Eccomi. Strano. Quanto mi manchi. Quanto mi manchi proprio… Vivo senza te da mesi. E me la cavo molto bene. Vivo senza te ma mai, mai un attimo non sei con me. Sei con me in ogni gesto parola pensiero. Oggi ti scrivo perché oggi è tanto difficile. Oggi mi manca la tua risata disincantata, mi manca il tuo punto di vista divergente, mi mancano i tuoi abbracci con gli occhi azzurri e le mani grandi e le braccia lunghissime. Mi manca la tua carezza con quel sorriso che sembra una lacrima.

Quante cose ho fatto senza di te in questi mesi, quante volte avrei voluto raccontartele e ti ho sentito fiera di me. Quante volte ho pensato di non voler morire anche io, perché ho troppe e urgenti strade da percorrere. Quante volte mi son detta: brava. E ho sentito la tua voce al posto mio.

Sai, mi sono separata, e non è stato per niente facile, e ho pensato a te, chiedendomi cosa avessi passato tu. Ho pensato a te e a quello che io non avrei fatto nei tuoi panni e invece avrei fatto se fossi stata in te. E ho capito che non ho capito un cazzo… Perché ognuna di noi due aveva e ha debolezze e forze opposte. E poi perché siamo tutti bravi a giudicare finché non tocca a noi…

Ho pensato alle tue pene e ai tuoi dolori, temendo di ammalarmi come te. Desiderando, soprattutto, di non ammalarmi come te. Pensando che da tutta questa bruttura IO voglio uscirne viva. Non voglio che il mio corpo sia la spugna dei miei dolori. Non voglio. Eppure mi sento patologie marziane in ogni centimetro di me: tumori apocalittici, eczemi indicibili, affanni e aritmie da scalatore dell’Everest. A volte penso che, nel caso, vorrei offrirmi alla scienza per nuovi farmaci sperimentali. Quindi, poi, per esorcizzare, fumo una bella Marlboro rossa. La spengo e via, mi faccio percorrere da macchine ecografe curiose, raggi X indiscreti ed esami del sangue da piccolo chimico. E il responso è che STO BENE. Certo, sto bene, sto bene perché prima di tutto sono viva e vivo senza risparmio. Onoro questa vita come mi hai insegnato tu. Dio bono amica, chefaticadellamadonna PERO’.

Ho avuto e ho momenti bellissimi, soddisfazioni enormi, un mare di amore. Che ricevo e che dono. Sono una persona fortunata. Eppure genero anche dolore, dolore e rabbia. Rabbia a palate. Ma perché esistono persone che pensano a chi hanno amato come un’esclusiva proprietà? Perché esiste gente fragile che non sa lasciare andare? Perché ci sono uomini (anche donne ragionevolmente credo) che spendono la loro vita nell’odio dell’altro invece che nell’amore per se stessi e per il prossimo? Come sarebbe più facile e utile e giusto, amica mia, considerarci tutti unici e liberi, strade che si incontrano e marciano insieme per lunghi o brevi tratti e poi si separano senza astio… Siamo briciole infinitesimali di un microscopico attimo lungo la Storia di questo minuscolo pianeta, eppure ci affanniamo come se fossimo i re dei re, i sovrani del mondo… La vita dura un attimo, che ci sia di mezzo un cancro o un destino centenario. Un attimo da vivere in pace. Non voglio permettere che la mia persona sia il ricettacolo dell’odio altrui, non voglio camminare odiando il prossimo. E’ tutto così relativo e più semplice… Eppure pare un’utopia, generalmente tacciata di egoismo.

Oggi mi è venuta a trovare un’amica che non vedevo da vent’anni. Ritrovata sui social. E’ un’artista bravissima. Le ho acquistato due grandi fotografie e lei, dalla Puglia, me le ha portate di persona. L’ho presa in stazione, abbiamo pranzato a casa mia insieme, è ripartita Non so quando la rivedrò. Ma vale una vita l’impegno che ci abbiamo messo per fare sì che ciò accadesse. Siamo state brave. Energia spesa bene. Questo vale. Non gli insulti, le recriminazioni, la cattiveria reiterata…

Com’è difficile tesoro mio ricominciare un’altra vita serena, un’altra vita che non va CONTRO nessuno ma certamente ferisce… Perché essere vivi implica anche ferire ed essere feriti… E io lo sento il dolore che provoco, lo sento e non lo vorrei. E devo fare i conti col fatto che ci sia, accettarlo, rispettarlo. Ma non a costo di lasciarmi ferire, offendere pesantemente, deturpare la serenità, confinarmi nella paura. Se rispetto il dolore degli altri voglio rispettare anche il mio dolore. E proteggermi.

Hai passato anche tu tutto questo? O forse l’uomo che dipingevi non era così tremendo come lo dipingevi? Una parte di me vorrebbe avvicinarlo, riconciliarmi con lui… Perché le cose hanno diversi punti di vista. E forse io ho scelto solo il tuo. E vedo solo il mio.

Mi piace pensare che in ogni persona ci sia il buono. Anche se ora per me è tempo di cambiare strategia e passare allo scudo atomico. E mi dà dolore proteggermi dovendo mettere in luce il lato cattivo dell’altro. Ma va bene così. La Guerra Fredda aveva il suo lato di Pace.

Per dirla fuori da giri di parole, guardandoci nelle palle degli occhi: sono giorni di merda vera. Mi è pure morto un gatto (che tu dici, sembra una battuta, chettifrega di un gatto)… Mi è morto rantolando davanti a me e alle mie bimbe, uno schifo. Ma davanti allo schifo tiro fuori il meglio di me. E così sotto una pioggia di merda mi son messa gli stivali da equitazione, ho imbracciato la pala e ho scavato. Un metro. E non ti dico (perché tanto non capiresti, che sei di città) quanto è dura la terra argillosa. Sotto le lacrime della pioggia è terra bagnata in superficie e dura come il cemento in profondità. Ho scavato in maniera patetica, sudando e scivolando, impantanandomi come fosse un mare di letame, ho cristato l’impossibile e avvolto il gatto in un sudario (un pareo maldiviano bianco di mia madre…) e l’ho seppellito (il gatto, ma anche il pareo). Ho ricoperto il gatto di terra, ho messo mattoni antichi in cerchio, in mezzo la ghiaia. E, più tardi, con le mie figlie ho piantato due crisantemi ai lati. Che la morte è roba da imparare, roba della vita. Poi, da sola, ho pianto.

Ecco, con questa edificante immagine del gatto morto, ti do la buonanotte, sapendo che scuoti la testa osservandomi con un sorrisetto cinico pieno d’amore. E sobbalzando pensi: che forte la mia amica, ma ce la farà.

Tua Afrodite.

E pure Anna se n’è andata

Amica, te lo dico, hai scelto l’anno più glamour per dipartire. Da Bowie a Umberto Eco l’elenco vip è parecchio nutrito. Oggi se n’è andata la magnifica Anna Marchesini, anche lei troppo presto (tu in questo comunque sei stata al top). Ecco, se n’è andata una donna speciale davvero, piena di fascino, ironia, intelligenza e curiosità per la vita. Vi ho pensate insieme, vedo grandi chiacchiere e grandi risate, tanta intesa e discorsi profondi. Divertitevi lassù e accoglila come sai far tu. Il “dove non saprei” ora è più interessante ancora. Voi due raddrizzerete schiene con sorrisi, risate e profonda umanità. Ciao amica mia.

La vita. Amica. Me lo insegni tu.

*Copio incollo qui. Da un mio post di Facebook. Perché l’amore per te deve “girare”. (E tu non hai mai avuto Facebook. Sega che sei…)

Ho perso la mia più cara amica a 46 anni, con due figli dell’età delle mie; leggo post dedicati a donne, amiche, colleghe e madri andate via troppo in fretta… Sono diventata mamma tardi, sono diventata grande adesso… E penso. Penso che non sta scritto da nessuna parte che una vita lunga ci sia dovuta e data, penso che ci crediamo onnipotenti, quasi eterni, arrabbiati e indignati se moriamo prima – chessò – dei 70 o 80 anni… Non è così. La vita, la natura non guarda in faccia, non è cattiva o buona: la natura è. Allora voglio vivere, essere felice, serena, soffrire, amare, allevare, trasmettere, piangere, osservare, impegnarmi, sbagliare, cadere, perdonarmi, ridere, sognare, amarmi, perdonare, chiedere scusa, sentirmi fiera, mettermi in discussione, arrabbiarmi, amare, correre, riposarmi. Voglio vivere. E se domani non ci sarò più, annunciato o improvviso che sia, voglio solo essere certa di non aver giocato in ritirata, vissuto al risparmio, agito per paura, finto una vita che non è, vissuto relazioni false, fatto finta di niente, nascosto la testa sotto la sabbia, cercato vie comode. Questo io voglio. Questa sarà la mia strada piena di curve, salite, discese, questa sarà la mia storia. E la mia storia sarà un pezzetto della storia delle mie figlie, che non sta scritto da nessuna parte debbano avere una vita facile, in discesa, piena di bambagia, sarà un pezzetto della storia di chi mi ha amata e chi mi ama ora, di chi mi ha incrociata, sfidata, di chi mi è stata amica davvero, affrontata, confrontata, di chi mi ha insultato, ferito, di chi ha nascosto la testa, di chi ha voluto camminare anche solo un passo, autentico passo, accanto a me. Sarà quel che dovrà essere. Intanto io vivo. Vorrei campare cent’anni ma magari sarà solo un giorno. Ma non sarà un giorno sbattuto via. Tra errori e felicità.

Cose accadono. Io mi chiedo.

Voglio trovare un senso a questa sera, anche se questa sera un senso non ce l’ha…

Voglio trovare un senso a questa vita, anche se questa vita un senso non ce l’ha…

Voglio trovare un senso a questa storia, anche se questa storia un senso non ce l’ha…

Voglio trovare un senso a questa voglia,anche se questa voglia un senso non ce l’ha…

Sai che cosa penso?

Che se non ha un senso

Domani arriverà…

Domani arriverà lo stesso

Senti che bel vento

Non basta mai il tempo

Domani un altro giorno arriverà…

Voglio trovare un senso a questa situazione, anche se questa situazione un senso non ce l’ha

Voglio trovare un senso a questa condizione, anche se questa condizione un senso non ce l’ha

Sai che cosa penso

Che se non ha un senso

Domani arriverà

Domani arriverà lo stesso

Senti che bel vento

Non basta mai il tempo

Domani un altro giorno arriverà…

Domani un altro giorno… ormai è qua!

Voglio trovare un senso a tante cose, anche se tante cose un senso non ce l’ha…

Vasco

E basta.