Ti porto a casa, amica mia

Amica non vedo l’ora di conoscere come te nome e cognome del cornuto che ti ha rubato il posteggio per mandargli qualcuno sotto casa a fargli il trattamento che si merita.
Seri professionisti s’intende. Niente di personale eh… O forse un po’ si stavolta, molto personale. Sei 30 anni della mia vita, quello non si deve permettere neanche per sogno di rubarti il posteggio. Eh no.
Domani mattina passo da te amica. Parliamo di dimissioni e casa tua.
I gerani stanno bene. Sono i più belli del corso.
Pure tu.
A domani amica.
Tua Atena

Le cose che hai fatto oggi con me

Oggi ho preparato la colazione poi la borsa sportiva delle mie figlie, ci ho messo dentro i pantaloni e gli stivali da equitazione, il cambio per la piscina, la crema solare, le scarpe da ginnastica, le ciabatte da doccia, gli asciugamani, i cap e i paraschiena, due bottigliette d’acqua e gli occhialetti per andar sott’acqua, e non ho dimenticato nulla (perché sono bionda, ma finta bionda). Poi ho guidato tra le colline portando a destinazione figlie e borse sportive (nessuno e niente è stato dimenticato per strada).

Oggi ho sentito miagolare uno dei miei gatti, l’ho chiamato a me e ho visto che tra i denti stringeva un topo. Ho urlato “uh, bravo, che schifo”, ho preso la paletta e, chiedendo scusa al gatto, ho raccolto il topo e l’ho catapultato nel campo dei vicini. Tanto nessuno chiamerà i Ris per capire la dinamica del delitto.
Oggi ho fatto la revisione di un testo di psichiatria rendendolo comprensibile ai comuni mortali e l’ho inviato via email al referente, chiedendo scusa per le due settimane di ritardo, ma avevo altri pensieri più importanti e scusami ma va così.
Oggi mi sono riempita il labbro superiore di crema antivirale, perché son giorni complicati e io tengo duro ma il mio corpo vuole dire qualche cosa anche lui e allora mi regala un herpes labiale degno di un film horror.
Oggi ho girato la provincia per cercare fiori finti da mettere nei capelli di un’attrice. E li ho trovati.

Oggi ho chattato con mio marito mentre faceva le infusioni all’Istituto europeo di Oncologia e ho pensato che è bravo e sono fiera di lui, soprattutto perché poi è andato a sentire con entusiasmo la conferenza di un fotografo.

Oggi ho cucinato un fantastico pollo al cocco e curry e non l’ho nemmeno bruciato (perché sono bionda, ma bionda per finta). Ho nutrito le figlie col pollo. E poi due gatti con i croccantini, un gatto con la scatoletta di umido e due cani con il pastone. Ho dato acqua a tutti. A me anche anche prosecco.

Oggi ho ascoltato le mie figlie entusiaste per aver galoppato e saltato i loro primi ostacoli.
Oggi ho parlato d’amore, di sogni, sesso, speranze e progetti impossibili. L’ho fatto con il cuore e senza rimpianti. Soprattutto con dolcezza.

Oggi ti ho portata tutto il tempo con me.
Tua Afrodite

A far la cacca con me…

Oggi ti ho portato con me a fare colazione al bar del benzinaio, abbiamo fatto il pieno di diesel (71 euro), poi siamo andate a consegnare un po’ di locandine dello spettacolo. Le abbiamo messe in due bar, un ufficio comunale, un panettiere, un tabaccaio, un negozio di alimentari, due farmacie, che le farmacie attirano un sacco di gente… Abbiamo sbattuto gli occhioni dicendo “mi raccomando, non mancate, spero proprio di vedervi” e sorriso gentilmente aspettando come un mastino che le appendessero davvero… Che sbattiamo gli occhioni sì, ma non siamo fesse…

Sei stata con me sempre, non ti dico in figura, ma di certo costantemente sullo sfondo. Che da due settimane, ormai, sei o in figura o sullo sfondo, ma comunque sempre con me. A volte ti darei anche la libera uscita eh, invece no, sei diventata il mio koala, anzi no, la mia cozza. Fai tutto con me, persino la cacca, che io me lo ricordo bene quando al liceo o all’università facevi la cacca. E perdonami se te ne parlo qui, ma per una volta vorrei sfogarmi pubblicamente. E poi, di cacca, per prima ne hai parlato tu. Ogni diamine di volta che c’era da sedersi a tavola per la cena tu arraffavi un libro (biologia, anatomia…) e ti ficcavi in bagno. Ore e ore. Cioè, io amo tua sorella e tua madre, ma era per stare con te che venivo a cena a casa tua… Niente… Vogliamo parlarne? Cosa ci facciamo con questa cosa? Che significato ha, per te, la cacca? In ogni modo, ora volevo informarti che da giorni vieni in bagno con me. Te lo dico per ripicca, anche. Un po’ mi sto vendicando: ti porto io in bagno con me. Ti parlo, mentre faccio la cacca, per lo più ti parlo col pensiero, ma a volte intercalo ad alta voce, penso a quanto diavolo studiavi in bagno, che io sono troppo rapida, è una cosa che non ho mai capito… Non capisco come si possano preparare interi esami in bagno… Vabbé…Fare la cacca sempre con te non è il massimo, devo dirtelo… Vorrei un po’ di privacy ogni tanto, se solo potessi uscire un attimo dal mio bagno e, magari, chiudere la porta… Ma niente, ormai sei sempre con me, non che non mi piaccia ma abbiamo un piccolo problema di privacy…
Tua Afrodite

Ahò, e rilàssate…

Bum! Catapultata da Roma a Milano, in treno ho dormito quasi tutto il tempo, non mi sono accorta del passaggio. Scendo, abbraccio di afa bestiale e avanti marsch, correre sui corridoi dei binari, correre verso la metropolitana (a Porta Garibaldi lo potevano fare ancora più difficile il raccordo tra ferrovie e metro?!). Mi raccomando, tutti eleganti, vestiti come si conviene, smalto sull’unghia del piede se hai il sandalo, maglietta a mezza manica se hai un po’ di ciccetta molle sul braccio. E, soprattutto, correre. Ma con la schiena diritta, in fila, sulle scale mobili si sta a destra, se hai lo zaino lo metti per terra. Dai, dai correre! Entro nel mio vagone della metro, già stremata, la direzione è giusta. Negli occhi ho i Fori romani, la signora di San Lorenzo, la Via Appia, la spazzatura disordinata ma non puzzolente, Pizza di Spagna, i nasoni (le fontane di Roma). Ho portato con me la mia amica di fegato, era sempre lì con me, le è piaciuto tutto. Arrivo alla mia fermata, ma non la vedo, si richiude la metro. Ahhhh… Correre! Alzati, preparati per scendere subito alla prossima, torna indietro… Correre. Mi raccomando, schiena diritta, elegante e, soprattutto, correre, perché hai perso dieci minuti e li devi recuperare altrimenti… Altrimenti che? Embè? Che è? Rilassate.

E poi penso che fuori dall’ambulatorio di un veterinario romano c’è scritto: “Ricevo dal lunedì al venerdì, il sabato su appuntamento”. Leggo e gli chiedo: “SI, MA A CHE ORA INIZI??? E A CHE ORA TERMINI?”.
E lui mi fa: “Se lo voiono sapè me telefonano”.
Tua Demetra

Elogio del dito medio

Oggi. Oggi sono partita all’alba per venirti a trovare al letto 45. Ho salutato cani, gatti, figlie, marito, colline, prati e via: ho messo in moto il mio bolide trasudante aria condizionata di prima qualità e l’ho puntato alla volta del casello A7 di Portamiamilano. Mentre tu eri lì, al fresco della stanza 18, tuttavia io stavo ancora incolonnata sulla Milano-Genova, intoppata per errore di valutazione nella stupida bolgia di quelli che fanno le partenze intelligenti e tornano dal mare il lunedì mattina. Pensavo di arrivare da te alle 8.30, invece sono arrivata alle 9.45.
Ma la vita riserva sempre dettagli interessanti, basta saperli decifrare. Così grande soddisfazione durante il viaggio è stata poter alzare catarticamente il dito medio in faccia a un pirla. Uno che, mentre in corsia di sorpasso viaggiavamo tutti a 30 all’ora, mi ha fatto i fari perché aveva fretta. Mi sono freddamente spostata nella corsia centrale (quella dei 10 all’ora): la scena è passata in modalità rallenty. Quindi ho colpito. Un dito medio perfetto, tutti i muscoli delle dita della mano sinistra ben piegati, stretti, compatti, uniti: tutti a dar forza a quell’unico, coraggioso dito medio che, eretto con vigore, esprimeva in linguaggio analogico il miglior “vaffanculo” della mia vita. Vaffanculo a te, arrogante automobilista, e vaffanculo a chi pensa di fermarci. Noi, te. Te, noi.

Io quel pirla lo ringrazio, perché mi ha fatto sentire bene, mi ha fatto sentire reattiva, mi ha fatto sentire che da ora in poi nessuno ci metterà in un angolo. Siamo in cinque, come le dita di una mano e, con rispetto parlando, tu svetti come il medio.
Tua Afrodite

E io vorrei…

Vorrei farti venire qui con me, per qualche minuto, in spiaggia, e godere di un venticello che ti accarezza tutti i peletti del corpo, (quelli in regola e quelli abusivi!), seppure in un caldo torrido, che mi rimanda immediatamente a quell’”arrosto” terribile che sarà la tua stanza a quest’ora… E questo mare talmente bello da sembrare un sogno, come i tuoi occhi, due fari dolcissimi che scrutano, osservano, comprendono, amano.

 Per me, che non ho un merito diverso dal tuo nel potermela godere questa spiaggia, e che sicuramente tu sapresti godere appieno, tutto questo mi fa sentire che in fondo, quasi quasi, anche io sono abusiva qui se non la puoi godere anche tu!
Tua Persefone

Tu, il mio raggio di sole

Sono in piscina, ero da sola con le bimbe, un paradiso. Poi è arrivata una famiglia di 10 persone, tra cui nonni vari, zii e un termos cadauno con le lasagne al forno… Le mie figlie, ignare dell’invasione barbara, sguazzano nell’acqua, mentre io prendo il sole e penso a te. Penso pure che a leggere magari mi manderai a quel paese, che io sono qua beata e tu nella stanza 18 del Fatebenemafatepresto. Penso che avrei voglia di telefonarti, chiacchierare, sentire i tuoi consigli, i tuoi punti di vista… penso che ho una vita complicata, ma bella. Ho un marito con un cancro metastatico al seno, una gran voglia di vivere e una sorella di vita, che sei tu, che dovrà lottare tosto. Penso che ho due splendide bimbe piene di allegria, tanti amici con cui porto avanti progetti e sogni. Penso che ho 46 anni e sono più bella e sicura che a 20. Penso che la vita sa inventarsi storie che io non riesco nemmeno a immaginare per una messa in scena. Nel male, ma spessissimo nel bene. Penso che sei un pezzo di me, un enorme pezzo di me, 36 anni di me e di te, di confidenze, giochi, litigi e sostegno reciproco. Penso che tu sei parte inscindibile della mia vita e inizi a mancarmi sempre di più. Penso che sai lottare mille volte più di quanto lo sappia fare io, che mi sei dentro con la tua forza e io sono dentro te con la mia vitalità. Sento che mi dici “anche tu sei forte”, me lo dici sempre, dici: “Sapete? Lei ha molte più palle di quel che credete”.
Vorrei portarti in ospedale un pezzo di sole e un tuffo di acqua fresca, mi manchi da impazzire. Vedi di risolvere presto questa colossale rottura di scatole. Perché, se l’attrice sono io, il colpo di teatro l’hai fatto tu? Un bacio e un raggio di sole.

Ps: non è vero che abbiamo messo i tuoi filetti di merluzzo congelato nel Campari, ma ti giuro che ci abbiamo seriamente pensato.
Tua Afrodite

Roma, treno, profilo

Treno, freddo, fuori ci sono 40 gradi, eppure perché in treno c’è il gelo? Se il treno è quello veloce, è Italo o il Frecciarossa, perché si congela, perché? Mi sono messa addosso tutto quello che ho, golfino sulle gambe scoperte dal vestitino, altro golfino addosso, sciarpa. Vado a Roma, città da me molto amata, farà caldissimo, vabbè! Un conto è stare ai 40 gradi davanti al Colosseo e un conto è starci in via Meda a Milano! Oggi è il primo giorno di libertà, i miei bimbi vanno in montagna con il loro papà, io starò due settimane da sola. So che staranno benissimo con lui quindi io, dopo 12 anni (quando è nata la mia adorata A.) ricomincio a sentire il mio profilo. Qualcuno dentro mi dice “Dove sei stata tutti questi anni?”. Bimbi, lavoro, marito, casa, cercare di tenere le relazioni di amicizia che sono vitali per me. Mi riguardo e mi dico che si vede che il tempo è passato, però anche no, è strano… Come se in questo periodo la memoria avesse un collegamento preferenziale con la “me” di vent’anni fa: se nomino il nome del mio collega di oggi mi viene da dire il cognome del mio compagno di università che si chiama come il mio collega, ma ha un cognome diverso (tipo Michele D. il collega, invece dentro penso, Michele R. il compagno…). Per fortuna però quando nomino il collega lo nomino giusto. Che strano. Devo mandare una email al Centro in cui lavoro e uno zic prima mi viene da dire il nome dell’istituto in cui lavoravo vent’anni fa. Non può essere un caso. Mi rimetto in contatto con il mio profilo, è come se ripassassi con la mano il mio contorno e mi piace.

La mia amica di fegato ha fatto un gran tifo per questa cosa, ogni tanto mi dava qualche segnale, discretamente, dolcemente, pazientemente ma costantemente. So che è felice che mi sto ritrovando. Ora il filo che mi lega a lei si sta allungando, sto arrivando a Roma, speriamo che il gelo che c’è in questo treno le porti, attraverso il filo, un po’ di frescura. Ieri si schiattava di caldo in quella stanza del Fatebene. Dal cuore mi viene da dirle GRAZIE ARTEMIDE. E da dentro sento qualcuno che mi dice ” ben ritrovata Demetra!”.
Tua Demetra

Se mi fermo a pensare

Se mi fermo a pensare non posso crederci. Ma dove diavolo sono finita? Cosa cacchio mi sta succedendo? Cos’è successo al mio corpo? Perché? Perché adesso? Perché a me? Perché non è comparso nulla mesi fa? Perché a tutti sti cazzo di controlli che faccio ogni santo anno non si è visto nulla? Ma a cosa serve stare attenti? A cosa serve fare un checkup regolarmente? A cosa servono fior fior di esami se poi bastano pochi mesi perché non valga più nessun risultato? Perché tutto si ribalti? Perché una vita diventi una vita incerta, dove non si sa cosa accadrà, come, quando… E se… Se finirà il male o se andrà nella peggiore delle ipotesi… Quella che non riesco neanche a scrivere!

Oggi, 4 luglio… Tra pochi giorni sarei dovuta tornare a riabbracciare i miei bambini, i miei amati e adorati bimbi, già al mare con il papà. Tra pochi giorni li avrei rivisti, avrei finito di lavorare e poi sarei corsa da loro. Ogni volta è una gioia! Avevo programmato tutto… In agosto li avrei portati in vacanza io. Avevo preso casa… I biglietti degli aerei… Contavo già i giorni. Ne mancavano pochi ormai… Sognavo le lunghe giornate di mare a giocare, a tuffarci, a organizzare serate con gli amici… Già… I miei cari amici del mare… Le persone che ogni anno raggiungo in Sicilia. Ogni anno mi riunisco a loro… Sono un balsamo per me… Boccate di ossigeno. Mi ricarico di affetti, divertimento, riposo. È la mia speciale ricarica per affrontare poi un altro anno di lavoro, di imprevisti, di routine, di pensieri, di fatiche, di gioie e di dolori… Ogni anno quando li riabbraccio mi sembra sia passata solo un’ora dall’ultima volta che l’ho fatto…
Ho una paura fottuta!
Non so cosa mi accadrà e ho il terrore di sentire ancora male… Ho paura di vomitare, ho paura di perdere i capelli, di avere quelle cose terribili che, prima o poi, tutti noi abbiamo visto o sentito dire sulla chemio… Ho il terrore che non passi… Ho il terrore che tutto possa finire così. Così di merda… Un giorno finisco in ospedale e non ne esco più… Che schifo! Mi tremano le mani a pensarci!
Quando faccio alcuni esami, a volte, i medici si appartano a parlare di me… Resto sola, in silenzio, con il fiato sospeso sperando di sentire qualcosa e sperando, giuro, sperando che nessuno menta mai, che nessuno mi nasconda nulla, che nessuno ometta qualcosa di importante.
Non lasciatemi senza le parole! Non lasciatemi senza il senso, senza la verità, senza la realtà. Vi prego. Voglio sapere tutto, voglio essere partecipe di tutto. In questa merda ci sono io e qualsiasi cosa sia, devo essere io a farci conti. Qualsiasi cosa sia prima o poi dovrò essere io a spiegare ai miei figli come mai quest’anno niente vacanze, come mai non ho più i capelli, come mai non sto in piedi… Hanno 9 e 11 anni: sanno, vedono, hanno sempre chiesto e hanno sempre ricevuto risposte su quello che accadeva. Le risposte adatte a loro, ma pur sempre vere, sincere, autentiche. Perché anche loro potessero dare un senso alle cose e comprendere il dolore di qualche amico dei grandi e anche, purtroppo, il dolore di una loro amica.
Oggi è un 4 luglio un po’ strano… E le mie più care amiche ho capito ancora di più perché sono le mie più care amiche. Sono persone speciali…
La vita mi ha fatto regali speciali, porcamiseria! Voglio avere ancora tanto altro tempo per godermeli!!!!
Vostra Artemide

Il merluzzo nel Campari

(C) disegni di E. L.
(C) disegni di Erica Lucchi

Io te lo dico, l’altra sera abbiamo dormito da te. Tutte. Io, tua madre, tua sorella, che in tre non ce n’è una che abita a Milano. Che a noi la città ci ha saturato e ci piace la natura. Te lo dico, ti abbiamo espropriato mentre tu stavi attaccata a una flebo. Siamo brutte persone noi tre… Soprattutto, abbiamo fatto la radiografia al tuo freezer. Il freezer di una santa salutista:

5 confezioni di carne rigorosamente bianca
10 pacchi di verdure tra cui bietole, spinaci e piselli
8 confezioni di filetti di merluzzo

Per cena avevo portato 3 bottiglie di rosso, una di prosecco di Valdobbiadene, una di Campari.
L’occhio di tutte e tre – cavallette in casa tua, reduci dal Fatebenefratelli, Piano secondo, Chirurgia, stanza 18 – scivola voglioso e bramoso sul rosso Campari (che Milano ci avrà anche saturato, ma l’aperitivo resta sempre l’aperitivo).

Campari con ghiaccio, so easy, so cool. So easy un par di palle…

Bicchieri.
Salame.
Salatini.
Bottiglia.
Freezer.
Ghiaccio.
Non c’è il ghiaccio.
Non c’è il ghiaccio.
Non c’è il ghiaccio.
Come “non c’è il ghiaccio?!”
Ma questa ha il frigo pieno di filetti di merluzzo e non ha il ghiaccio?!
Come facciamo?
Come facciamo?
Come facciamo?
Il Campari caldo?
No, non si può!
Non si può.
Non si può.
Mettiamoci dentro un filetto di merluzzo!!!
Scherzi?
No.
Ok.
Ok.
Ok. Lo leviamo prima che inizi a sciogliersi, però.
Ok, proviamo.
Proviamo.
Proviamo. Tirane fuori tre. Uno a bicchiere.

L’abbiamo chiamato Campari allo Scoglio. Non faceva nemmeno schifo. Che l’importante era bere alla tua salute, alla tua salute vera. Bere, ridere e sperare. Bere, ridere e pensarti. Che far cazzate a volte aiuta.
Ed essere praticamente astemi come te, a volte, non dà vantaggi secondari. Merda.

Quando torni a casa, compra una vaschetta per il ghiaccio.
Tua Afrodite